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Piccole radio e autoghettizzazione (?)

Sin da piccolo ho sempre ascoltato musica, anche se riguardo ai primi anni, come la maggior parte, si può dire abbia “subìto” la musica dagli ascolti dei miei genitori (e di questo sarò sempre grato). Fortuna abbia voluto anche che venissi abbracciato da un certo tipo di musica, quella d’autore dei grandi nomi del pop italiano degli anni 60 e 70 ma anche internazionali – conosco a memoria l’intero disco di Gilbert O’ Sullivan “Back to front” senza averlo mai ascoltato di proposito, per dire.
La radio, la voglia di farla, è stato un passaggio successivo, arrivato con il tempo dopo un’infanzia passata a giocare alla radio, da solo o in compagnia (e chissà quelle registrazioni di programmi inventati e registrati con Studioqualcosa), per poi iniziare a farla grazie all’esistenza del web e quella tecnologia che ti aiuta a prendere confidenza, seppur con parecchi limiti, con il mondo radiofonico.

La radio la ascolto da sempre e la faccio (bene o male non sta a me dirlo) con costanza dal 2010, grazie alla nascita delle web radio che ritengo siano la continuazione di quelle libere (Dio le abbia in gloria) degli anni 70, portatrici di un grosso contributo nella nostra società, sotto tutti i punti di vista,  attraverso la diffusione di una filosofia “altra”, non di massa, all’interno della massa (con cui spesso ci si è pulita il culo ma questo è un altro capitolo).

Con la stessa costanza con cui mi butto nella mischia dei parlatori dietro ad un microfono, ascolto le voci che stanno dietro quei microfoni, dalle radio nazionali a quelle di provincia fino ad arrivare alla grande comunità delle web radio (dove sono nato e cresciuto), alla continua ricerca di spunti di riflessione, di confronto con chi come me ha questa forte passione ma anche per il puro gusto – motivo principale per il quale ascolto la radio – di esserne semplice fruitore e sostenitore.

Come le piccole radio, anche quelle a carattere nazionale hanno al loro interno i programmi specializzati nell’approfondimento musicale e diffusori della “musica altra” di cui sopra, anche se costrette a mantenere un certo trend musicale che si possa avvicinare quanto più possibile all’ascolto della musica di massa; per capirci, nei programmi radiofonici a carattere nazionale non credo troveremo mai la diffusione di generi musicali troppo estremi o che non appartengano al nostro bagaglio musicale italiano.

La differenza tra le piccole (web o di provincia) e le grandi radio sta spesso nella necessità delle seconde di doversi rapportare con discorsi di tipo commerciale e per cui certi contenuti non possano essere allegramente utilizzati ma si debbano abbandonare in virtù di vincoli economici che reggono l’esistenza delle stesse. Proprio rispetto a questa dinamica le piccole radio fanno il lavoro “sporco”, situandosi all’interno di quel perimetro che permette la diffusione di musica diversa, che non troviamo nelle classifiche, sconosciuta al 90% della popolazione mondiale, cercando anche di mantenere una qualità sonora e di diffusione dei contenuti più vicina possibile ai grossi network,  in modo tale da fidelizzare il proprio pubblico attraverso un costante lavoro svolto con professionalità (esistono tantissime radio e programmi a bassa diffusione e ascolto che fanno le scarpe a tanti programmi di grossi network).

Quello che, però, mi fa riflettere spesso è che questa necessità di essere diversi ma allo stesso tempo al pari delle grandi radio, alimenti l’ossessione nel sottolineare tale particolarità: la tipica frase “ascolteremo gruppi che nelle grandi radio non troverete mai” può creare un effetto contrario, non di esaltazione dell’immenso lavoro di ricerca dei contenuti musicali (perché soprattutto a questo mi riferisco) ma di assertazione dell’enorme differenza che passa tra un grande network e una radio di provincia o web.
Sottolineare costantemente che i proprio contenuti, seppur di migliore qualità, siano sempre di importanza minore a quanto si possa ascoltare in una radio nazionale, crea davvero quel fascino della scoperta che si vuole alimentare oppure aumenta il senso di divario esistente tra i due mondi a discapito dei piccoli circuiti radiofonici?
Se tutti coloro che lavorano nei piccoli circuiti radiofonici si ponessero nei confronti dell’ascoltatore con la stessa presunzione con cui si pongono i grandi speaker radiofonici, dando quindi per scontato che quanto si sta per ascoltare è la musica dalla quale non si può prescindere, potrebbero creare un effetto diverso insinuando nell’ascoltatore il dubbio che, forse, l’errore non sia dentro chi conduce un programma di nicchia in una piccola radio ma in chi quella radio e quei contenuti “altri” non li conosce?

 

 

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