Note a margine

La cosa della politica nella musica

Nell’ultima settimana di agosto, per motivi personali e familiari, sono rimasto parecchio rintanato in casa, tranne una piccola parentesi di lavoro fuori regione che mi ha portato via due giorni.
Non ho visto praticamente nessuno, sentito poche persone ed ho passato il tempo a rimettere mano ai lavori che mi impiegano per tutto l’inverno (radio compresa), stilare l’elenco dei libri e dischi che vorrei comprare durante l’anno – elenco che non rispetto per il 70% perché l’acqua è poca e la papera non galleggia – e stare un po’ con me stesso, perché le ferie (quelle poche che ho) servono anche a questo, credo.

Il termine “politica” deriva dall’aggettivo greco πολιτικός, che è derivazione della parola πόλις, città. Ciò che l’uomo fa nella politica è sempre strettamente legato alla sua matrice, la città, al cui interno la radice πολ – (i molti) svela lo scopo per cui la politica nasce: per la città, costituita da molti, dalla comunità.
Le successive modifiche dell’uso del termine affiancato esclusivamente ai partiti politici, credo abbia fatto perdere lentamente il senso della politica in sé, relegata a mero affidamento della gestione cittadina (o Nazionale, che dir si voglia) ad alcuni soggetti da parte dei molti. Lo strumento della democrazia rappresentativa ha fatto sì che “i molti” si disinteressassero della propria città una volta espresso il loro voto, perché «ora tocca a loro, li paghiamo con i nostri soldi».

Ho da sempre rifiutato la politica in senso partitico e creduto nella politica come cura della cosa pubblica da parte di ogni singolo soggetto, attraverso soprattutto le relazioni sociali, la comunicazione tra individui o gruppi di essi, la diffusione di messaggi attraverso l’espressione di sé.
In questo, credo che la musica sia un perfetto veicolo di diffusione di messaggi sociali, che può avvenire in diverse forme: concerti, ascolto collettivo, discussioni, scambio di interessi reciproci, etc; tutto ciò che può ricreare un piazza (l’agorà come centro di interscambio culturale, sociale ed economico).

La musica è riconoscimento tra simili e dissimili (quest’ultimo visto in maniera totalmente positiva come cultura del “diverso”, conoscenza dell’altro al di fuori di noi), è il modo con cui ci si annusa, come fanno i cani, ma fatto con una presunta razionalità umana che definisce chi siamo e chi non siamo. Pensateci bene: in ogni evento aggregativo, piccolo o grande che sia, il collante è fatto dalla musica, così come è il fattore di selezione tra chi partecipa e chi no; ovunque troviamo la musica e essa stessa ci racconta del posto in cui siamo, dirigendo il nostro inconscio nella scelta o meno di quello spazio.

Qualche giorno fa, in una delle mie rare uscite da casa per le questioni di cui sopra, ho incrociato un ragazzo davanti al bar: era vestito tutto di nero, con una chitarra sulle spalle ed un amplificatore accanto, in attesa di qualcuno. Ho fermato quel ragazzo adolescente chiedendogli di più, se avesse un concerto da lì a poco oppure se stesse solo andando in sala prove, e abbiamo parlato di ascolti, di quello che avrebbe suonato da lì a poco, del fatto che era la sua prima prova con questi altri ragazzi. L’ho salutato con un “in bocca al lupo”, un po’ per la nuova esperienza che sarebbe andato a fare (sperando continui il più a lungo possibile), un po’ perché nel repertorio c’era anche una canzone di Ed Sheeran che lui non avrebbe mai suonato ma che gli altri avevano proposto. Ecco, questa per me è politica.

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