Note a margine

Battisti è ItPop?

Non so come potrebbe partire questo scritto ma è da un po’ che penso al modo di interpretare un determinato ambito della musica in Italia. Il titolo fa già capire dove abbia voglia di andare a parare e sul perché di questa scelta, potreste già venire voi ad una domanda: perché qualunque cantautore italiano viene automaticamente affiancato a Battisti? Voglio dire, è possibile che le influenze siano tutte ascrivibili ad un solo uomo?

Mi sembra un po’ la copertina di Linus per chi non abbia voglia o conoscenze tali da abbracciare altri ascolti che possano rilevarsi tra le pieghe di chi stiamo ascoltando (soprattutto se è per lavoro) in quel momento.

“Comunque ‘sti nuovi cantautori non hanno proprio inventato un cazzo. Ce l’avevano già lì, pronto. Hanno solo disposto diversamente le posizioni degli strumenti su disco, i synth più avanti e via…”  

Insomma, non è una faccenda molto facile da affrontare, o magari lo è, è stata già affrontata ed io ne sono totalmente allo scuro; forse dovrei controllare Soundwall, lì per questi argomenti spacca capello ci vanno a nozze. Fatto sta che difficilmente abbia trovato, fino ad ora, accostamenti diversi da Battisti, se non in un lungo elenco dei grandi nomi della musica italiana, sempre con Lucio in testa. Direte voi,  le note sono sette e non si può inventare più niente, e questa è una grande cazzata come lo è il nostro attuale Governo: se gli altri hanno già fatto (schifo riguardo ai precedenti governi, per esempio), non significa che non ci sia margine di innovazione, se pensate che la numerazione non abbia una fine.

Credo che la risposta, se ci può essere, sia da ricercare nella qualità compositiva ed espressiva dei cantautori del XXI secolo; mi spiego meglio: Nel periodo discografico di Battisti, l’Italia viveva una forte guerra culturale interna, ancor più che negli altri Paesi, perché la presenza di un passato sociale in cui le restrizioni erano parecchie (dagli anni ’20 in poi), ben cozzava con la ribellione d’oltreoceano o oltremanica della musica nera, del funk, della psichedelia e della sperimentazione tra generi. In tutto questo, Battisti era il Jimi Hendrix del pop, il maggiore esponente di un nuovo linguaggio perché il più comprensibile tra tutti, quello che riusciva ad entrare tra le pieghe più strette della società con un metodo espressivo, testuale e musicale, apparentemente più semplice.

I ritmi sincopati, i testi scritti con uno stile più americano, fatti di poche parole, spesso ridondanti, capaci di far immaginare subito il luogo di ambientazione; un tono vocale familiare, il falsetto che si avvicinava ai timbri femminili e sussurrava una complicità con quella fetta di mondo che in quegli anni stava lottando per i propri diritti, la propria indipendenza ed emancipazione; una timida strafottenza nel suo mostrarsi al pubblico, al di fuori dei concerti, nella trasmissioni televisive, in radio, che strizzava l’occhiolino all’uomo che viveva il suo massimo splendore di maschio produttivo e capofamiglia, o al ragazzino che aveva davanti un futuro in cui tutto poteva succedere, perché la guerra era già lontana e il mondo degli anni 70 era un continuo fermento.

Ti diranno che il vento è il respiro di una donna… 

(Gli uomini celesti, Anima Latina, 1974)  

Lucio Battisti era l’uomo del popolo che ce l’aveva fatta, il ragazzetto di periferia con la postura un po’ grossolana e la voce d’angelo, un antieroe molto distante dai blasonati e nobili cantautori con le parole difficili, le palesi citazioni colte e i giri armonici complicati da riprodurre su di una chitarra da falò. Battisti e il suo entourage ponevano il tutto su di un piano di appetibilità maggiore, più pop, più “canzone da sotto la doccia”. Da qui, la trasposizione al giorno d’oggi è abbastanza diretta e la possibilità di abbracciare più persone è quasi scontata, anche l’adolescente di oggi che conosce Battisti perché ci si è scontrato direttamente o perché ha sempre “suonato” in casa per mano dei genitori.

Consapevoli o meno di una forte retromania che contraddistingue i primi 18 anni del XXI secolo, tutti ci siamo ritrovati a pensare al passato, a vivere nel passato, comprare cose del passato o riutilizzarle tirandole fuori dalla soffitta. In tutta questa corsa disperata verso l’ispirazione eterna, gli adolescenti si trovano strattonati da più parti, dal futuro che dice “non abbiamo più bisogno della carta! Sarà tutto su schermo, proiettato, nel tuo cervello”; il presente che si divide tra il passato ingombrante di “quando si stava meglio quando si stava peggio” ed esso stesso che guarda con fiducia nel futuro – l’utilizzo dell’autotune può essere l’esempio della concezione di un futuro manipolabile, che abbiamo in pugno. L’uomo può diventare macchina e rendere se stesso non finito.

Insomma, un giro sulle montagne russe dopo aver ingurgitato un panino da Mac Donald’s innaffiato da litri di Coca Cola.

Una volta, durante gli studi liceali, qualche professore ci parlò dei tre cicli generazionali, argomento sul quale ho ragionato tante volte. Secondo questa teoria, esistono sempre tre generazioni standard che si susseguono nella storia: la generazione che produce (e quindi consuma), la più vivida in sostanza; quella che campa di rendita sulle fatiche della generazione precedente (e quindi quella che distrugge), e quella di transizione che subisce il passaggio delle epoche, si trova in balia di esse, è arida nel produrre ed è semplicemente costretta a rimescolare tutto. A quanto pare, la generazione degli anni 80 e 90 è la generazione di transizione, subisce la fase di passaggio delle epoche ma nello stesso tempo si adopera per rimescolare il terreno, mentre la generazione produttrice cresce e si alimenta per fare il suo dovere.

Quindi, i nuovi cantautori che fanno parte della generazione di transizione, e che quindi si appoggiano spesso agli schemi musicali forti e solidi prodotti dalla generazione degli anni 60 (la generazione che ce l’ha fatta, insomma), stanno rimescolando il terreno per le nuova che produrrà musica cantautorale lontana dagli schemi consolidati? Questo significa che Battisti  non sarà più considerato come un esempio da seguire ma come il ricordo della gioventù dei loro nonni (cioè, la generazione di transizione), come lo erano i cantanti di cui mia nonna mi raccontava?

Certo che finire un scritto con più domande, quando lo scopo era scrivere per risolversi dei dubbi, mi fa sentire proprio nell’occhio del ciclone, che poi è un classico esempio atmosferico di transizione.

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